Articolo a cura della dott.ssa Fabiana Stumpo, grafologa peritale giudiziaria, esperta di analisi e comparazione della grafia, ex magistrato onorario.
Il sig. X, ultraottantenne, dopo aver subito un intervento di natura neurologica, viene ricoverato per la riabilitazione nel corso della quale gli viene somministrato il Mini Mental Test Scale con risultato di sospetto deficit cognitivo, decide di chiedere l’aiuto di un notaio per la redazione di un testamento pubblico, alla presenza di due testimoni. Il testatore richiede al notaio di verbalizzare la sua difficoltà nello scrivere e detta delle semplici disposizioni di ultima volontà che sottoscrive.
Gli eredi non soddisfatti, diversi anni dopo la morte del testatore, impugnano il testamento incaricando un esperto grafo patologo di redigere una perizia. Egli conclude con certezza per l’esistenza di una correlazione tra capacità di intendere e volere e la sottoscrizione analizzata.
In un campo sperimentale quale quello grafo patologico, è apparso alla Scrivente, che un giudizio di certezza sia quanto mai azzardato.
Se è possibile ricavare elementi indiziari sulla presenza di patologie neurologiche che hanno conseguenze a carico dell’apparato motorio, tale correlazione non è certa e, sicuramente non è provabile con il rigore richiesto dalla Cassazione, nel caso di assenza di patologie neurologiche diagnosticate. Lo strumento grafologico, per poter mantenere un livello di dignità scientifica non dovrebbe essere forzato all’utilizzo in circostanze che implicano intuizioni.
Sul rigore della prova a carico del soggetto che intende impugnare un testamento pubblico ritenendo che il testatore fosse incapace al momento della sottoscrizione, la Cassazione si è espressa così:
“In tema di impugnazione del testamento le manifestazioni morbose a
carattere intermittente e ricorrente che, pur potendo escludere la
capacita’ di intendere e di volere, qualora la volonta’
testamentaria sia stata manifestata nel corso di tali episodi,
lasciano integre negli intervalli le facolta’ psichiche del
soggetto, non sono assimilabili alle infermita’ permanenti ed
abituali che diano luogo a momenti di lucido intervallo. Tale
diversita’ di situazioni si ripercuote sull’onere della prova, in
quanto mentre nella seconda ipotesi, qualora l’attore in
impugnazione abbia fornito la prova di una infermita’ mentale
permanente, e’ a carico di chi afferma la validita’ del testamento
la dimostrazione che lo stesso fu posto in essere in un momento di
lucido intervallo – in quanto la normalita’ presunta e’
l’incapacita’ – nella prima ipotesi, invece, quando cioe’ si tratta
di malattia la quale nei periodi di intervallo consente la
reintegrazione del soggetto nella normalita’ della sua capacita’
intellettiva, l’accertamento di fenomeni patologici anteriori
all’atto di cui si controverte non e’ sufficiente ad integrare la
prova rigorosa della sussistenza della incapacita’ nel momento in
cui l’atto stesso e’ stato compiuto…..
…Ancora piu’ fragile e’ l’argomentazione del rilievo dato dai
giudici del merito al fatto che il testamento fu redatto in forma
pubblica, non soltanto perche’ la censura investe un apprezzamento di
fatto, ma soprattutto perche’ il giudizio della Corte, oltre ad esser
solo una riprova delle tesi diffusamente sviluppate ha un solido
fondamento logico, perche’ e’ incontestabile che l’intervento di
detto pubblico ufficiale, con la presenza dei testimoni, escussi poi
in sede penale, comporta necessariamente, anche in relazione alle
particolari articolazioni delle disposizioni contenute nell’atto, un
virtuale controllo delle condizioni fisiche del testatore.
Il ricorso quindi deve essere integralmente respinto.” Cass. Civ. Sez. II, n.652/1991
Da una ricognizione della letteratura grafologica è emerso un forte invito alla prudenza in tema di “predizioni” sullo stato di salute dei soggetti scriventi.
“ Bisogna intendere per veri grafologi quelli che non si perdono nelle brume del sogno divinatorio, ma che, al contrario, oggettivizzano al massimo il loro lavoro per non lasciare all’ispirazione e all’intuizione che la prudente parte che spetta ad esse.” (M. Legrain, 1932)
(A. e P. Cristofanelli, Grafologicamente, (2004), Citta di Castello, Ce s Dis, pagg 257 e segg.).
Non è mai stata validata scientificamente una correlazione tra andamento della scrittura e incapacità di intendere e volere o patologia psichiatrica, al contrario, nella letteratura grafologica, si invita alla prudenza nell’utilizzo dello strumento grafico quale strumento diagnostico, mettendo in guardia sull’uso improprio o superficiale dello stesso (cfr. A. e P. Cristofanelli, 2004, Grafologicamente, Città di Castello (PG) Ce.DI.S., pag. 271).
I limiti dell’indagine grafologica sulla ricerca della capacità di intendere e volere, nonché la possibilità stessa che questa possa essere desunta dai “Segni” grafici è messa in dubbio dal Cristofanelli (ibidem, pag 271-272) che, citando a sua volta Pierre Buser, neurobiologo francese, membro dell’Accademia delle Scienze, (P. Buser, 1999, Il cervello allo specchio, Milano, Mc Graw Hill), riporta queste affermazioni: “Ogni stato mentale potrebbe avere parecchi corrispondenti neurobiologici possibili, vale a dire che non c’è una relazione semplice e univoca tra uno stato mentale e il meccanismo nervoso che può sottenderlo (…) Definire il movimento volontario, o volitivo, o intenzionale resta in effetti complicato e incerto per il neurofisiologo come per il neuropsicologo e il filosofo. (…) un movimento è volontario quando è di origine endogena e non direttamente provocato da un intervento esterno e, soprattutto, quando viene eseguito da un soggetto che percepisca internamente di essere libero di avviare la sua azione e di eseguirla quando vuole. Tradurre questa operazione d’atto volitivo in termini anatomo-funzionali e situarla nelle sole aree motrici significa cadere in errore. Sono molto istruttive, a questo proposito, le osservazioni fatte dalla neurochirurgia, che i malati cui viene stimolata la corteccia motoria e che rispondono alla stimolazione con contrazioni muscolari non hanno mai l’impressione di eseguire un movimento volontario, ma di essere oggetto dell’azione di una forza esterna a loro imposta. Tutto indica che l’elaborazione motoria intenzionale sia collocata altrove e faccia intervenire altre strutture”:
Il Cristofanelli (ibidem, pag 275-277) afferma: “Sui limiti del potere diagnostico della grafologia nel campo di quelli che possiamo chiamare disturbi delle facoltà mentali concordano autori più o meno illustri.” Ne ricorda brevemente alcuni proseguendo. Il Moretti stesso, padre della grafologia italiana, viene citato: “ Si badi bene che noi con la grafologia non pretendiamo di entrare nelle case di salute per fare la diagnosi diretta delle malattie mentali: non è questo il compito della grafologia. “
Si può obiettare che il Moretti sia un autore datato. In senso più moderno si esprimono altri autori citati dal Cristofanelli, i quali, parimenti, evidenziano come la grafologia sia uno strumento limitato: “ Come ogni strumento la grafologia ha dei limiti che non bisogna oltrepassare se si vuole garantire rigore”. Ed è proprio di prova rigorosa che la Cassazione onera la parte che intende impugnare un testamento redatto da soggetto non dichiarato incapace con sentenza.
Prosegue il Cristofanelli: “ Nella direzione della prudenza grafologica e dei limiti della scienza grafologica, Moretti non è il solo. Florence Witkowscki (autore di Psicopatologia e Scrittura, 1989, Parigi, Masson), ad esempio, addentrandosi nel campo della grafo patologia avverte: La grafologia ha i suoi limiti. Non ha il potere di rivelare il grado di gravità della malattia. (…) Permette tuttavia di vedere le tendenze del carattere e seguire la personalità del malato nel suo percorso “.
Secondo il noto Autore francese, dunque, la grafologia sarebbe uno strumento utile per monitorare carattere e personalità del malato, circostanza che non ha alcun rilievo giuridico in tema di capacità di intendere e volere, ad esempio, ben potendo essere un soggetto depresso, ma consapevole e capace.
Conclude il Cristofanelli :”Non esiste ancora uno strumento sistematico ben condotto in grado di stabilire una correlazione tra le lesioni organiche e certi tipi di scrittura. Guardiamoci dall’essere indovini in questa materia delicata”.
Il Vettorazzo (cfr. B. Vettorazzo, Metodologia della perizia grafica su base grafologica, Giuffrè, 1998, pagg. 250-251) conferma tale assenza di correlazione: “ ..molte grafie di malati psichiatrici sembrano normali, non presentando una sintomatologia grafologica così conclamata da condurre ad un’ipotesi di incapacità di intendere e di volere. Si osservino le storiche grafie di pazzi riportate dal Lombroso (1895) e dal Rougemont (1950), spesso pressocchè normali nei vari parametri (Muller-Enskatt, 1995)”. Conclude sull’argomento l’Autore :”Ho volutamente parlato di giudizio propositivo di incapacità di intendere e di volere, non già di diagnosi o di referto. Tale posizione prudenziale è d’obbligo sia per l’oggetto di indagine che per lo strumento grafologico, che condivide ampiamente i limiti diagnostici della metodologia medica.” (ibidem, pag.271).
Gli autori che hanno cercato di individuare gli indici rivelatori dell’incapacità di intendere e volere nella scrittura hanno dovuto tutti riconoscere la valenza di tali indici come “indiziaria”.
Ad ulteriore conferma dell’inidoneità dello strumento grafologico nello svolgere diagnosi di natura medica vi è l’art. 6 del Codice Deontologico redatto dalla Associazione Deontologica Europea dei Grafologi, consultabile al link http://adeg-europe.eu/cms/index.php?page=code-deontologique&hl=en_US, che testualmente ammonisce: “The graphologist shall abstain from issuing diagnoses in fields reserved to the medical profession”. La ratio della norma è di evitare l’utilizzo della grafologia per effettuare diagnosi, in quanto la grafologia è una scienza sociale che non ha codificato alcun protocollo scientifico per la raccolta e la classificazione dei Segni identificativi di patologie. Quando si parla di “Grafopatologia” occorre premettere come questa sia allo stadio di ambizione sperimentale di pionieri grafologi e come non sia stata raggiunta alcuna certezza circa la correlazione tra patologie e scrittura, sebbene sia auspicabile che in un futuro le diagnosi mediche possano essere svolte attraverso uno strumento non invasivo come l’indagine grafologica.
La norma del nostro codice deontologico è riferita a chiunque eserciti nelle vesti di Consulente Grafologo. I medici, ne altri, hanno il potere di trasformare uno strumento inidoneo alle diagnosi in strumento idoneo, neanche affiancandolo con la propria esperienza, almeno fino a quando esso non sarà validato con un protocollo dalla comunità scientifica.









